Il matematico Timothy Gowers, che ha ricevuto la Fields Medal nel 1998, nel suo blog  http://gowers.wordpress.com/

dichiara:

1) di non voler avere più niente a che fare con le riviste Elsevier, né come autore né come reviewer (anche a causa della posizione di Elsevier sul Research Works Act – vedi il blog)

2) che auspica che qualcuno organizzi una lista pubblica di scienziati che dichiarano di non voler avere più rapporti con le riviste Elsevier, a meno che l’editore non cambi radicalmente il suo modus operandi.

Poco dopo è stato realizzato il suo blog, Gowers’s Weblog,  che ha gia’ una lista di 432 scienziati.

Giuseppe Lipari, professore associato presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha pubblicato ieri sul suo blog The land of algorithms un post che contiene alcune idee su come, secondo Lui, dovrebbe essere una rivista scientifica alla luce degli sconvolgimenti tecnologici e delle recenti e necessarie trasformazioni delle politiche editoriali delle case editrici. Gli abbiamo chiesto di tradurlo per il BATS blog, Lui ne ha fatto una versione più estesa che è quella che vi proponiamo oggi.

Ricerca ed editoria scientifica

Recentemente, grazie a Peppe Liberti, sono venuto a conoscenza di questo interessante articolo di Jason Priem e Bradley M. Hemminger, due ricercatori all’University of North Carolina, sul “decoupled journal” (un termine inventato dagli stessi ricercatori che si potrebbe tradurre come “rivista disaccoppiata”). L’articolo è abbastanza interessante e vale la pena di leggerlo. E’ particolarmente interessante per me perché tratta di un argomento importante per noi ricercatori, un argomento su cui spesso mi sono trovato a riflettere. Approfitto dunque di questa occasione per condividere le mie idee con una platea più vasta.

C’è qualcosa che non va nel sistema di pubblicazione dei risultati scientifici, qualcosa che spinge il sistema nella direzione sbagliata. In particolare, il sistema editoriale scientifico negli ultimi tempi ha subito parecchie critiche, e non solo da parte degli addetti ai lavori. La maggior parte dei ricercatori si sofferma sul sistema di accettazione degli articoli da pubblicare, il cosiddetto sistema della “peer review” (revisione tra pari), nel quale un articolo viene sottoposto al giudizio di un certo numero di esperti del settore prima di poter essere pubblicato in una rivista. E’ vero che questo sistema ha molte pecche, ed è probabilmente perfettibile, e forse c’è davvero un metodo migliore per discriminare gli articoli “buoni” da quelli cattivi. Però, sono d’accordo con Prime e Hemmingher che questo non sia oggi il problema principale, il problema principale è il modello editoriale seguito dalle riviste scientifiche, un metodo che risale all’ottocento e che mostra oggi tutti i suoi limiti. Il problema, a mio parere, è pure il costo esorbitante di molte di queste riviste, costo che viene interamente pagato da enti pubblici e con denaro interamente pubblico: i maggiori (o forse è meglio dire: gli unici) acquirenti di tali riviste sono infatti le Università e le biblioteche che spendono cifre rilevanti per abbonarsi, anche solo in via elettronica, alle riviste in questione. Ad esempio, la mia Università (la Scuola Sant’Anna, forse la più piccola d’Italia) spende ogni anno circa un milione di euro in sottoscrizioni per le riviste dei sei settori di ricerca. E naturalmente, in ogni settore sono stare selezionate solo le maggiori riviste. Si tratta di un bel po’ di denaro. Molte università e molti ricercatori in paesi in via di sviluppo non possono certo permettersi certe cifre; inoltre, molte piccole e medie aziende hanno difficoltà ad accedere direttamente ai più recenti ed importanti risultati di ricerca nel loro settore. Ed ancora, un accesso chiuso ai risultati della ricerca ne diminuisce di molto la visibilità e la diffusione. L’obiettivo principale della disseminazione dei risultati scientifici viene così raggiunto solo in piccola parte.

Con l’avvento di Internet, per facilitare la circolazione dei propri lavori (ed aumentare in questo modo il numero di citazioni), molti ricercatori adesso consentono il download libero del file pdf dei loro articoli dalla loro pagina web. C’è da dire che questa è una violazione del copyright, che viene sempre trasferito all’editore in caso di pubblicazione. Fino ad ora, però, le case editrici si sono guardate bene dal perseguire in tribunale tali ricercatori: sarebbe un lavoro improbo e con poche possibilità di successo. Inoltre, un aumento della visibilità degli articoli significa anche una aumento della popolarità della rivista, il che potrebbe portare a maggiori sottoscrizioni.

Tutti contenti allora? Non proprio: se il numero di sottoscrizioni scendesse drasticamente passando a un sistema in cui ognuno semplicemente pubblica il suo articolo e gli altri lo trovano con google, gli editori potrebbero trovarsi in grande difficoltà: chi pagherebbe i loro servizi? Chi supporterebbe i costi? Il sistema è dunque in pericolo!

Il modello Open Access

La soluzione proposta da alcuni editori è “che paghino gli autori”. Quindi il modello diventa il seguente:

  • Gli autori di un lavoro scientifico possono mandare liberamente i loro lavori a una rivista Open Access:
  • L’articolo segue il tradizionale percorso di peer review:
  • Se il lavoro viene accettato, gli autori pagano una somma proporzionale al numero di pagine
  • Una volta che l’articolo viene pubblicato, viene reso disponibile gratuitamente e per sempre sul sito web dell’editore.

Personalmente non approvo il modello Open Access, perché a mio parere questo approccio crea molti problemi. Il primo è che la quota di pubblicazione è piuttosto elevata. Ho visto cifre intorno ai 100$ per pagina che per una articolo di 15 pagine diventano 1500$, un costo che si somma ai tanti altri costi per la ricerca. Inoltre, l’editore con cui sono stato in contatto propone una formato di pagina piuttosto ridotto e con dimensione dei caratteri mediamente grande, ovviamente per aumentare il guadagno. Può sembrare che 1500-2000$ sia un costo accettabile o addirittura basso per gli standard di certi progetti di ricerca; ma per alcuni settori tale costo è invece sostanziale. Inoltre, i ricercatori dei paesi “poveri” possono ora leggere
liberamente gli articoli, ma avranno un’ovvia difficoltà a pubblicare! Non mi sembra un grande passo avanti.

C’è però un problema più grande, e riguarda l’obiettivo di queste case editrici e del sistema in generale. Infatti, un editor di una rivista Open Access è naturalmente interessato a pubblicare il massimo possibile di articoli proprio perché il fatturato è proporzionale al numero di articoli pubblicati. Quindi, il suo interesse primario è quello di catturare quanti più autori possibile. Avremo forse un crescente numero di articoli che nessuno leggerà mai? Inoltre, come saprete, governi ed enti finanziatori tendono sempre di più ad applicare metriche di qualità della ricerca e la maggior parte di tali metriche sono basate sul conteggio del numero di pubblicazioni. Per esempio, nella discussione sulle modalità di svolgimento del concorso nazionale introdotto dalla “Legge Gelmini”, il CUN propone di inserire dei limiti minimi sul numero di articoli su rivista per poter accedere al concorso. A titolo di esempio, per l’area 09 (ingegneria industriale), per poter essere ammessi al concorso di abilitazione a professore associato sarà necessario poter vantare un numero minimo di pubblicazioni a diffusione internazionale con revisione anonima tra pari (peer review) non inferiore a 15, delle quali:

  • almeno 5 con data di pubblicazione compresa nei 5 anni precedenti la chiusura del bando;
  • almeno 10 con data di pubblicazione compresa nei 10 anni precedenti la chiusura del bando.

Quindi, giovani ricercatori TD di belle speranze cercheranno a tutti i corsi di raggiungere il fatidico numero di 15, perché no, anche con qualche pubblicazione su riviste Open Access magari di dubbia qualità. E indovinate un po’? Gli editor delle riviste scientifiche Open Access stanno conducendo una campagna di marketing molto aggressiva nei confronti di questi giovani ricercatori. Io ricevo nella mia casella di posta elettronica almeno un invito al giorno per inviare un mio articolo alle loro rivista Open Access. Non credo che tutto ciò vada nella direzione di un miglioramento della qualità della ricerca scientifica, per non parlare dei costi. Cosa fare allora?

Una semplicissima idea

A mio parere, il vecchio modello (il lettore paga) va ancora bene purché si abbassino i costi. Ma quali sono questi costi? Dovete sapere che il processo di “peer review” è (per quanto ne so) completamente gratuito e volontario: un servizio che un ricercatore fa alla comunità scientifica senza alcun ritorno economico. Quindi, il lavoro più duro, la parte più delicata (leggere attentamente, capire, controllare la correttezza, valutare l’innovazione, ecc., confrontare revisioni differenti) non costa affatto. Il resto del costo ha a
che fare con la parte meramente “tipografica”: editing delle bozze, stampa su carta (spesso di ottima qualità, a dirla tutta), distribuzione, marketing; ma anche catalogazione e conservazione (che è poi il “servizio” maggiore che fornisce una casa editrice). E quindi, vediamo come possiamo applicare le nuove tecnologie a questo processo.

  1. Liberiamoci interamente della carta. Tutti i ricercatori hanno una stampante in ufficio o in dipartimento. Tutto e solo elettronico.
  2. Liberiamoci del formato “costrittivo” della rivista periodica. Gli articoli vengono pubblicati sul sito web man mano che vengono accettati, senza imporre alcuna cadenza
  3. Liberiamoci del formato pdf. E’ stato pensato per la carta. Ma un articolo scientifico è molto di più di una sequenza di caratteri. Ha link ad altri articoli, può contenere dati da analizzare e comparare (e che potrebbero essere estratti e riutilizzati da altri ricercatori); può contenere pezzi di codice o interi programmi. Rendiamo ogni articolo un ipertesto. Si potrebbe usare il formato ePub, usato nei moderni eBook.
  4. Come detto, il servizio più importante fornito da una rivista è
    di memorizzare e catalogare articoli, assicurare che non vengano modificati
    dopo la loro pubblicazione, assegnarli un numero unico (ad esempio un DOI).
    Tutto ciò può essere fatto a un costo molto basso. Probabilmente, anche la
    formattazione tipografica potrebbe essere fatta dallo stesso autore, dato
    che non c’è più il formato cartaceo da supportare.
  5. Così facendo il costo totale scende e di molto. Che modello adottare per rendere questi contenuti fruibili? Si potrebbe ad esempio pensare a una quota di sottoscrizione per un insieme di “riviste” molto bassa, alcuni euro al mese. Se un servizio come Lastfm costa solo 2$ al mese, una “casa editrice” elettronica potrebbe fornire i servizi di base per un costo molto simile.

Ma una rivista moderna può offrire molto di più!

  1. Si potrebbe pensare di pubblicare le revisioni emendate, per far capire al pubblico come e perché un articolo è stato accettato;
  2. Dare la possibilità di scaricare materiale aggiuntivo (set di dati, grafici, video, codice, etc.)
  3. Permettere una interazione continua tra autori e lettori, usando per esempio il modello dei forum o dei commenti dei blog, dove gli utenti registrati (e solo loro) possono commentare l’articolo o chiedere spiegazioni agli autori sui passaggi poco chiari. Magari aiutando a scoprire errori o incongruenze che erano sfuggite ai revisori.
  4. Un servizio di ping-back per sapere quando e da chi un articolo è stato citati;
  5. Feed RSS degli articoli recenti, classifiche dei più scaricati, la scelta dell’Editor, commenti esplicativi, etc.

Praticamente, si potrebbero applicare le tecniche tipiche dei social networks (naturalmente utilizzando un minimo di attenzione). La fantasia è il solo limite!

Il basso costo renderebbe il problema degli autori che ripubblicano i loro lavori sui loro siti web un non problema: cercare su internet non è lo stesso che cercare su un sito web dedicato che fornisce molti più servizi. Alla fine, credo che molti ricercatori pagherebbero volentieri pochi euro al mese per un
servizio così. Se costasse meno di un pacchetto di sigarette, voi vi iscrivereste?

Un sogno?

Naturalmente, c’è una lunga strada da percorrere. Non tutti gli aspetti tecnici sono stati risolti: per esempio, non è possibile formattare le equazioni in ePub in maniera soddisfacente, perché l’unico modo di farlo è di produrre una piccola immagine per ogni equazione o simbolo presente nel testo. Inoltre, immagino che non sarà facile convincere le maggiori case editrici a rinunciare ai loro guadagni.

Io sono convinto che alla fine si arriverà a qualcosa di simile. La domanda è: quanto dovremo aspettare?

Astronomia

Amedeo Balbi, Rotta verso Vesta “Vesta è un piccolo corpo del sistema solare, un grosso sasso di circa 530 chilometri di diametro che orbita nella fascia di asteroidi tra Marte e Giove. È il secondo, per massa, tra quegli asteroidi, e c’è addirittura la possibilità che possa essere promosso, in futuro, allo stato di pianeta nano”

Botanica

Erba volant, La pianta che cadde sulla terra “Encephalartos woodii è un perfetto esemplare di alieno solitario, una pianta che cadde sulla terra o, meglio ancora, una pianta lasciata sola da tutti i suoi simili e per questo beniamina di tutti noi.”

Chimica

unannodichimica, Funghi, brevetti e colesterolo HDL “Di statine si è cominciato a parlare negli anni ’70. E fu per merito di Akira Endo, semisconosciuto biochimico giapponese amante dei funghi (intesi come microrganismi) e ammiratore di Fleming. “

Scienza in cucina, La cipolla di Maillard “Ho parlato spesso della reazione di Maillard (vi ricordate vero come si cucina una bistecca?). Alcuni zuccheri (quelli che i chimici chiamano “riducenti”, come il glucosio) reagiscono con alcuni aminoacidi presenti nelle proteine e, abracadabra, ecco che si producono centinaia di molecole gustose diverse. “

Ecologia

L’orologiaio miope, Alieni ai Caraibi “Chiamatemi Toussaint. Alcuni secoli fa – non importa quanti esattamente – avendo pochi o punti frutti sugli alberi e nulla di particolare che m’interessasse a terra, pensai di darmi alla navigazione e vedere la parte acquea del mondo.”

Fisica

hronir, Perché volano gli aerei “Quello del perché gli aerei sono in grado di alzarsi in volo è un fenomeno davvero curioso. Dal punto di vista sociologico, intendo, e sarebbe davvero interessante riuscire a ricostruire quando è nata, e come, e che trasformazioni ha subito la leggenda metropolitana della spiegazione bernoulliana, per così dire, della portanza esercitata dalle ali.”

Genetica

Bottiglie di Leida, Gene expression, come misurarla “Generalmente un gene può essere in due stati, mutualmente esclusivi: acceso o spento. Quando un gene è acceso, si dice che è espresso, e questo significa che si trova in condizioni tali per cui il complesso sistema della RNA polimerasi II e dei fattori di trascrizione è in grado di leggere la sequenza del gene e sintetizzare una molecola di RNA messaggero complementare. “

Matematica

Maurizio Codogno, Parole matematiche: algebra “Forse sapete che la parola algebra deriva dall’arabo al gabr (permettemi la traslitterazione, non sono capace di scrivere in arabo…) e che fu Fibonacci nel suo Liber Abbaci a rendere implicitamente noto il nome, parlando del matematico persiano Muhammad ibn Musa al-Kwarizmi e della sua opera Al-Kitab al-muktahar fi hisab al-gabr wa’l-Muqabava, che significa più o meno “Compendio sul Calcolo per Completamento e Bilanciamento” e tratta la risoluzione delle equazioni di primo e secondo grado. Ma questo è solo l’inizio della storia.”

Rudi Matematici, 14 Giugno 1856 – Buon compleanno Andrei! I problemi di matematica ricreativa devono avere per forza qualcosa che riesca a farli classificare come tali. Una certa differenza dai normali problemi scolastici: magari un approccio insolito nella soluzione, nei temi trattati, o anche solo nell’ambientazione; ma devono necessariamente avere qualcosa che li distingua dagli esercizi di scuola, perché è regola inflessibile (almeno nei giudizi degli studenti) che di ricreativo all’interno delle ore scolastiche possa esserci solo l’intervallo di ricreazione.

Popinga, L’approssimazione di π nelle Observationes Cyclometricæ di Adam Kochański, “L’antico problema della quadratura del cerchio, cioè di costruire un quadrato che abbia la stessa area di un cerchio dato con un una serie finita di passi usando solo riga e compasso, assillò i geometri per millenni, fino a quando nel 1882 il teorema di Lindemann-Weierstrass dimostrò la sua impossibilità.”

Martedì 14 Giugno, presso la sala Computer della nostra Biblioteca, in occasione dell’apertura del BATS blog, si è discusso di comunicazione scientifica, biblioteche ed open access. Qui di seguito trovate le slide della conferenza condivise da Peppe Liberti su slideshare.

M. Ware M. Mabe, The stm report: An overview of scientific and scholarly journals publishing (2009)

La comunicazione dei risultati della ricerca ha seguito e in larga parte continua a seguire ancor oggi, che pure è un periodo di transizione verso i nuovi modelli editoriali dell’open access, un percorso ben definito con ruoli altrettanto definiti: gli studiosi e i ricercatori scrivono gli articoli e partecipano alle attività editoriali delle riviste; gli editori pubblicano e distribuiscono i contenuti; le Università acquistano le riviste attraverso i loro sistemi bibliotecari.
Le riviste non assolvono solo il compito di diffondere i risultati della ricerca ma: registrano, per stabilire la proprietà intellettuale; certificano, assicurando il controllo di qualità attraverso la pratica della peer-review; archiviano, conservando una versione definita del lavoro affinché possa essere correttamente citato. Gran parte dei giornali, tutti quelli importanti, sono disponibili on-line ma molto spesso il download degli articoli è tutt’altro che libero e gratuito ovvero diviene possibile solo attraverso l’iscrizione o l’appartenenza a organizzazioni specifiche. Gli autori, d’altro canto, pur fornendo la materia prima di cui si nutrono le riviste, non ricevono compensi se non, in alcuni casi, in maniera indiretta e solo quando si prestano alle attività editoriali. Sono le Università ed i centri di ricerca a sovvenzionare le riviste acquistandole e pagando gli stipendi dei ricercatori-autori che sono a loro volta gli utenti principali del servizio. In questo ciclo le Biblioteche sono l’anello debole, strette tra vincoli di bilancio e richieste di nuove collezioni, alle prese con la lievitazione ininterrotta del costo di abbonamento alle riviste accademiche (e dunque dei margini di profitto della case editrici).
Gli “open journals” nascono non solo per ridurre i ritardi delle pubblicazioni e sincronizzare il passo dell’editoria scientifica con quello dei risultati che escono dai laboratori ma soprattutto per rispondere all’esigenza di coniugare gli archivi aperti (ArXiv, l’archivio pubblico di preprint della Cornell University Library, nasce nel 1991) con la certificazione dei contenuti attraverso il meccanismo della peer-review. Si tratta di riviste il cui costo di pubblicazione viene sostenuto direttamente o indirettamente dagli autori i quali mantengono il copyright mentre i loro lavori sono resi di pubblico dominio sotto una licenza Creative Commons e disponibili per qualsivoglia utilizzo a patto di mantenere la corretta attribuzione. L’anno cruciale per l’open access è il 2003, quello in cui molte importanti Università sottoscrivono la Dichiarazione di Berlino – promossa dalla Max Planck Society – sull’accesso aperto alla conoscenza nelle discipline scientifiche e umanistiche, quello in cui la Public Library of Science diventa una publishing company e pubblica la sua prima rivista, PLoS Biology. Ora che anche Nature e APS sono entrate in gioco con proprie riviste open access, Scientific Reports e Physical Review X rispettivamente, è facile immaginare che proveranno – ed hanno tutte le possibilità di riuscirci – a condizionarne l’evoluzione imponendo uno standard. Modelli nati per contrastare le posizioni di forza da parte dei grandi editori tradizionali vengono da questi fagocitati e riproposti in grande proprio perché modelli che non hanno mai messo veramente in discussione il loro ruolo. Questo aspetto risulta ancor più chiaro se diamo uno sguardo al modello finanziario che sostiene l’open access. Si tratta, in apparenza, di uno schema estremamente semplice in cui il circuito autore-rivista-biblioteca-lettore diviene un percorso lineare che parte dall’autore, passa attraverso il sistema editoriale, ancora saldamente nelle mani degli editori commerciali, e arriva al lettore che non paga più per leggere. A subire il colpo di grazia, in prospettiva, sono le biblioteche che perdono la loro funzione storica mentre a dominare il mercato saranno sempre le grandi case editrici commerciali, dotate di considerevoli risorse finanziarie ed expertise tecnica.
E’ urgente a questo punto ridefinire il ruolo delle biblioteche, individuare un percorso coerente tra gli Open Archives, contenitori virtuali che non si preoccupano di fare peer-review e gli Open access journals, che la peer-review la praticano ma non hanno più bisogno di intermediari con i lettori. L’informazione di elettroni può fornire grandi opportunità ma c’è bisogno di nuove alleanze e nuove competenze. L’Università Italiana, nell’attuale fase di revisione degli Statuti in applicazione della Legge n.240/2010, ha l’occasione per mettere a punto il ruolo e la posizione istituzionale dei sistemi bibliotecari. Come auspicato nel blog 240inpratica, che contiene i seminari CRUI di accompagnamento all’applicazione della legge (si, anche la CRUI ha un blog!), si tratta di “ricondurre il sistema bibliotecario nell’ambito di strutture responsabili della gestione dell’informazione in senso più ampio, anche orientate alla ricerca e alla sua valutazione, alla disseminazione della produzione scientifica di ateneo, al supporto dell’attività editoriale dei ricercatori, alla formazione degli studenti, alla promozione delle collezioni museali e archivistiche.” La nascita degli Institutional Repository, dovuta in molti casi all’iniziativa dei settori informatici o dei Nuclei di Valutazione degli Atenei, non ha visto in passato un coinvolgimento attivo dei bibliotecari, se non meramente gestionale. D’altro canto la nuova dimensione digitale sta trasformando un altro trascurato attore della vita accademica, le University Press, in “repository of ideas”. La collaborazione tra biblioteche e editoria universitaria, con il coinvolgimento fattivo di dipartimenti e facoltà, potrebbe diventare feconda, migliorando i servizi all’utenza (attualmente nemmeno paragonabili a quelli degli editori accademici commerciali) ed accompagnando le pubblicazioni delle UP con un’analisi citazionale adeguata e l’indicizzazione all’interno di un sistema strutturato. Il “Campus-based Publishing Resource Center”, la risorsa della SPARC nata per sostenere la nascita e la tutela di partnership editoriali universitarie tra biblioteche, university press ed eventuali altri soggetti, è una buona guida per muoversi in questo labirinto.
La fase di transizione dai “subscription journal” agli “open access journal” può rapidamente volgere al termine e se qualche cosa di utile si potrà raggiungere nell’area dell’editoria scientifica dovrà necessariamente poggiare non solo su una rinnovata alleanza tra le istituzioni scientifiche – università, centri di ricerca, associazioni e società di studiosi – ma anche tra biblioteche, centri editoriali e librari e ricercatori. I servizi bibliotecari dovranno essere integrati sempre di più nell’ambiente e con gli strumenti di lavoro del ricercatore, non dovranno diventare “invisibili” e limitarsi a diffondere informazioni e servizi, ma assumere un ruolo attivo di formazione e controllo degli strumenti e dei metodi della scienza sul web, promuovere i contenuti, gestire i dati, fornire i metadati e garantire sulla qualità di questi ultimi. E’ una sfida nuova ma che va affrontata, con passione e competenza.

(di peppe liberti, Research blogging Italian editor and SWIM Science Writers in Italy)