Giuseppe Lipari, professore associato presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ha pubblicato ieri sul suo blog The land of algorithms un post che contiene alcune idee su come, secondo Lui, dovrebbe essere una rivista scientifica alla luce degli sconvolgimenti tecnologici e delle recenti e necessarie trasformazioni delle politiche editoriali delle case editrici. Gli abbiamo chiesto di tradurlo per il BATS blog, Lui ne ha fatto una versione più estesa che è quella che vi proponiamo oggi.

Ricerca ed editoria scientifica

Recentemente, grazie a Peppe Liberti, sono venuto a conoscenza di questo interessante articolo di Jason Priem e Bradley M. Hemminger, due ricercatori all’University of North Carolina, sul “decoupled journal” (un termine inventato dagli stessi ricercatori che si potrebbe tradurre come “rivista disaccoppiata”). L’articolo è abbastanza interessante e vale la pena di leggerlo. E’ particolarmente interessante per me perché tratta di un argomento importante per noi ricercatori, un argomento su cui spesso mi sono trovato a riflettere. Approfitto dunque di questa occasione per condividere le mie idee con una platea più vasta.

C’è qualcosa che non va nel sistema di pubblicazione dei risultati scientifici, qualcosa che spinge il sistema nella direzione sbagliata. In particolare, il sistema editoriale scientifico negli ultimi tempi ha subito parecchie critiche, e non solo da parte degli addetti ai lavori. La maggior parte dei ricercatori si sofferma sul sistema di accettazione degli articoli da pubblicare, il cosiddetto sistema della “peer review” (revisione tra pari), nel quale un articolo viene sottoposto al giudizio di un certo numero di esperti del settore prima di poter essere pubblicato in una rivista. E’ vero che questo sistema ha molte pecche, ed è probabilmente perfettibile, e forse c’è davvero un metodo migliore per discriminare gli articoli “buoni” da quelli cattivi. Però, sono d’accordo con Prime e Hemmingher che questo non sia oggi il problema principale, il problema principale è il modello editoriale seguito dalle riviste scientifiche, un metodo che risale all’ottocento e che mostra oggi tutti i suoi limiti. Il problema, a mio parere, è pure il costo esorbitante di molte di queste riviste, costo che viene interamente pagato da enti pubblici e con denaro interamente pubblico: i maggiori (o forse è meglio dire: gli unici) acquirenti di tali riviste sono infatti le Università e le biblioteche che spendono cifre rilevanti per abbonarsi, anche solo in via elettronica, alle riviste in questione. Ad esempio, la mia Università (la Scuola Sant’Anna, forse la più piccola d’Italia) spende ogni anno circa un milione di euro in sottoscrizioni per le riviste dei sei settori di ricerca. E naturalmente, in ogni settore sono stare selezionate solo le maggiori riviste. Si tratta di un bel po’ di denaro. Molte università e molti ricercatori in paesi in via di sviluppo non possono certo permettersi certe cifre; inoltre, molte piccole e medie aziende hanno difficoltà ad accedere direttamente ai più recenti ed importanti risultati di ricerca nel loro settore. Ed ancora, un accesso chiuso ai risultati della ricerca ne diminuisce di molto la visibilità e la diffusione. L’obiettivo principale della disseminazione dei risultati scientifici viene così raggiunto solo in piccola parte.

Con l’avvento di Internet, per facilitare la circolazione dei propri lavori (ed aumentare in questo modo il numero di citazioni), molti ricercatori adesso consentono il download libero del file pdf dei loro articoli dalla loro pagina web. C’è da dire che questa è una violazione del copyright, che viene sempre trasferito all’editore in caso di pubblicazione. Fino ad ora, però, le case editrici si sono guardate bene dal perseguire in tribunale tali ricercatori: sarebbe un lavoro improbo e con poche possibilità di successo. Inoltre, un aumento della visibilità degli articoli significa anche una aumento della popolarità della rivista, il che potrebbe portare a maggiori sottoscrizioni.

Tutti contenti allora? Non proprio: se il numero di sottoscrizioni scendesse drasticamente passando a un sistema in cui ognuno semplicemente pubblica il suo articolo e gli altri lo trovano con google, gli editori potrebbero trovarsi in grande difficoltà: chi pagherebbe i loro servizi? Chi supporterebbe i costi? Il sistema è dunque in pericolo!

Il modello Open Access

La soluzione proposta da alcuni editori è “che paghino gli autori”. Quindi il modello diventa il seguente:

  • Gli autori di un lavoro scientifico possono mandare liberamente i loro lavori a una rivista Open Access:
  • L’articolo segue il tradizionale percorso di peer review:
  • Se il lavoro viene accettato, gli autori pagano una somma proporzionale al numero di pagine
  • Una volta che l’articolo viene pubblicato, viene reso disponibile gratuitamente e per sempre sul sito web dell’editore.

Personalmente non approvo il modello Open Access, perché a mio parere questo approccio crea molti problemi. Il primo è che la quota di pubblicazione è piuttosto elevata. Ho visto cifre intorno ai 100$ per pagina che per una articolo di 15 pagine diventano 1500$, un costo che si somma ai tanti altri costi per la ricerca. Inoltre, l’editore con cui sono stato in contatto propone una formato di pagina piuttosto ridotto e con dimensione dei caratteri mediamente grande, ovviamente per aumentare il guadagno. Può sembrare che 1500-2000$ sia un costo accettabile o addirittura basso per gli standard di certi progetti di ricerca; ma per alcuni settori tale costo è invece sostanziale. Inoltre, i ricercatori dei paesi “poveri” possono ora leggere
liberamente gli articoli, ma avranno un’ovvia difficoltà a pubblicare! Non mi sembra un grande passo avanti.

C’è però un problema più grande, e riguarda l’obiettivo di queste case editrici e del sistema in generale. Infatti, un editor di una rivista Open Access è naturalmente interessato a pubblicare il massimo possibile di articoli proprio perché il fatturato è proporzionale al numero di articoli pubblicati. Quindi, il suo interesse primario è quello di catturare quanti più autori possibile. Avremo forse un crescente numero di articoli che nessuno leggerà mai? Inoltre, come saprete, governi ed enti finanziatori tendono sempre di più ad applicare metriche di qualità della ricerca e la maggior parte di tali metriche sono basate sul conteggio del numero di pubblicazioni. Per esempio, nella discussione sulle modalità di svolgimento del concorso nazionale introdotto dalla “Legge Gelmini”, il CUN propone di inserire dei limiti minimi sul numero di articoli su rivista per poter accedere al concorso. A titolo di esempio, per l’area 09 (ingegneria industriale), per poter essere ammessi al concorso di abilitazione a professore associato sarà necessario poter vantare un numero minimo di pubblicazioni a diffusione internazionale con revisione anonima tra pari (peer review) non inferiore a 15, delle quali:

  • almeno 5 con data di pubblicazione compresa nei 5 anni precedenti la chiusura del bando;
  • almeno 10 con data di pubblicazione compresa nei 10 anni precedenti la chiusura del bando.

Quindi, giovani ricercatori TD di belle speranze cercheranno a tutti i corsi di raggiungere il fatidico numero di 15, perché no, anche con qualche pubblicazione su riviste Open Access magari di dubbia qualità. E indovinate un po’? Gli editor delle riviste scientifiche Open Access stanno conducendo una campagna di marketing molto aggressiva nei confronti di questi giovani ricercatori. Io ricevo nella mia casella di posta elettronica almeno un invito al giorno per inviare un mio articolo alle loro rivista Open Access. Non credo che tutto ciò vada nella direzione di un miglioramento della qualità della ricerca scientifica, per non parlare dei costi. Cosa fare allora?

Una semplicissima idea

A mio parere, il vecchio modello (il lettore paga) va ancora bene purché si abbassino i costi. Ma quali sono questi costi? Dovete sapere che il processo di “peer review” è (per quanto ne so) completamente gratuito e volontario: un servizio che un ricercatore fa alla comunità scientifica senza alcun ritorno economico. Quindi, il lavoro più duro, la parte più delicata (leggere attentamente, capire, controllare la correttezza, valutare l’innovazione, ecc., confrontare revisioni differenti) non costa affatto. Il resto del costo ha a
che fare con la parte meramente “tipografica”: editing delle bozze, stampa su carta (spesso di ottima qualità, a dirla tutta), distribuzione, marketing; ma anche catalogazione e conservazione (che è poi il “servizio” maggiore che fornisce una casa editrice). E quindi, vediamo come possiamo applicare le nuove tecnologie a questo processo.

  1. Liberiamoci interamente della carta. Tutti i ricercatori hanno una stampante in ufficio o in dipartimento. Tutto e solo elettronico.
  2. Liberiamoci del formato “costrittivo” della rivista periodica. Gli articoli vengono pubblicati sul sito web man mano che vengono accettati, senza imporre alcuna cadenza
  3. Liberiamoci del formato pdf. E’ stato pensato per la carta. Ma un articolo scientifico è molto di più di una sequenza di caratteri. Ha link ad altri articoli, può contenere dati da analizzare e comparare (e che potrebbero essere estratti e riutilizzati da altri ricercatori); può contenere pezzi di codice o interi programmi. Rendiamo ogni articolo un ipertesto. Si potrebbe usare il formato ePub, usato nei moderni eBook.
  4. Come detto, il servizio più importante fornito da una rivista è
    di memorizzare e catalogare articoli, assicurare che non vengano modificati
    dopo la loro pubblicazione, assegnarli un numero unico (ad esempio un DOI).
    Tutto ciò può essere fatto a un costo molto basso. Probabilmente, anche la
    formattazione tipografica potrebbe essere fatta dallo stesso autore, dato
    che non c’è più il formato cartaceo da supportare.
  5. Così facendo il costo totale scende e di molto. Che modello adottare per rendere questi contenuti fruibili? Si potrebbe ad esempio pensare a una quota di sottoscrizione per un insieme di “riviste” molto bassa, alcuni euro al mese. Se un servizio come Lastfm costa solo 2$ al mese, una “casa editrice” elettronica potrebbe fornire i servizi di base per un costo molto simile.

Ma una rivista moderna può offrire molto di più!

  1. Si potrebbe pensare di pubblicare le revisioni emendate, per far capire al pubblico come e perché un articolo è stato accettato;
  2. Dare la possibilità di scaricare materiale aggiuntivo (set di dati, grafici, video, codice, etc.)
  3. Permettere una interazione continua tra autori e lettori, usando per esempio il modello dei forum o dei commenti dei blog, dove gli utenti registrati (e solo loro) possono commentare l’articolo o chiedere spiegazioni agli autori sui passaggi poco chiari. Magari aiutando a scoprire errori o incongruenze che erano sfuggite ai revisori.
  4. Un servizio di ping-back per sapere quando e da chi un articolo è stato citati;
  5. Feed RSS degli articoli recenti, classifiche dei più scaricati, la scelta dell’Editor, commenti esplicativi, etc.

Praticamente, si potrebbero applicare le tecniche tipiche dei social networks (naturalmente utilizzando un minimo di attenzione). La fantasia è il solo limite!

Il basso costo renderebbe il problema degli autori che ripubblicano i loro lavori sui loro siti web un non problema: cercare su internet non è lo stesso che cercare su un sito web dedicato che fornisce molti più servizi. Alla fine, credo che molti ricercatori pagherebbero volentieri pochi euro al mese per un
servizio così. Se costasse meno di un pacchetto di sigarette, voi vi iscrivereste?

Un sogno?

Naturalmente, c’è una lunga strada da percorrere. Non tutti gli aspetti tecnici sono stati risolti: per esempio, non è possibile formattare le equazioni in ePub in maniera soddisfacente, perché l’unico modo di farlo è di produrre una piccola immagine per ogni equazione o simbolo presente nel testo. Inoltre, immagino che non sarà facile convincere le maggiori case editrici a rinunciare ai loro guadagni.

Io sono convinto che alla fine si arriverà a qualcosa di simile. La domanda è: quanto dovremo aspettare?

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