M. Ware M. Mabe, The stm report: An overview of scientific and scholarly journals publishing (2009)

La comunicazione dei risultati della ricerca ha seguito e in larga parte continua a seguire ancor oggi, che pure è un periodo di transizione verso i nuovi modelli editoriali dell’open access, un percorso ben definito con ruoli altrettanto definiti: gli studiosi e i ricercatori scrivono gli articoli e partecipano alle attività editoriali delle riviste; gli editori pubblicano e distribuiscono i contenuti; le Università acquistano le riviste attraverso i loro sistemi bibliotecari.
Le riviste non assolvono solo il compito di diffondere i risultati della ricerca ma: registrano, per stabilire la proprietà intellettuale; certificano, assicurando il controllo di qualità attraverso la pratica della peer-review; archiviano, conservando una versione definita del lavoro affinché possa essere correttamente citato. Gran parte dei giornali, tutti quelli importanti, sono disponibili on-line ma molto spesso il download degli articoli è tutt’altro che libero e gratuito ovvero diviene possibile solo attraverso l’iscrizione o l’appartenenza a organizzazioni specifiche. Gli autori, d’altro canto, pur fornendo la materia prima di cui si nutrono le riviste, non ricevono compensi se non, in alcuni casi, in maniera indiretta e solo quando si prestano alle attività editoriali. Sono le Università ed i centri di ricerca a sovvenzionare le riviste acquistandole e pagando gli stipendi dei ricercatori-autori che sono a loro volta gli utenti principali del servizio. In questo ciclo le Biblioteche sono l’anello debole, strette tra vincoli di bilancio e richieste di nuove collezioni, alle prese con la lievitazione ininterrotta del costo di abbonamento alle riviste accademiche (e dunque dei margini di profitto della case editrici).
Gli “open journals” nascono non solo per ridurre i ritardi delle pubblicazioni e sincronizzare il passo dell’editoria scientifica con quello dei risultati che escono dai laboratori ma soprattutto per rispondere all’esigenza di coniugare gli archivi aperti (ArXiv, l’archivio pubblico di preprint della Cornell University Library, nasce nel 1991) con la certificazione dei contenuti attraverso il meccanismo della peer-review. Si tratta di riviste il cui costo di pubblicazione viene sostenuto direttamente o indirettamente dagli autori i quali mantengono il copyright mentre i loro lavori sono resi di pubblico dominio sotto una licenza Creative Commons e disponibili per qualsivoglia utilizzo a patto di mantenere la corretta attribuzione. L’anno cruciale per l’open access è il 2003, quello in cui molte importanti Università sottoscrivono la Dichiarazione di Berlino – promossa dalla Max Planck Society – sull’accesso aperto alla conoscenza nelle discipline scientifiche e umanistiche, quello in cui la Public Library of Science diventa una publishing company e pubblica la sua prima rivista, PLoS Biology. Ora che anche Nature e APS sono entrate in gioco con proprie riviste open access, Scientific Reports e Physical Review X rispettivamente, è facile immaginare che proveranno – ed hanno tutte le possibilità di riuscirci – a condizionarne l’evoluzione imponendo uno standard. Modelli nati per contrastare le posizioni di forza da parte dei grandi editori tradizionali vengono da questi fagocitati e riproposti in grande proprio perché modelli che non hanno mai messo veramente in discussione il loro ruolo. Questo aspetto risulta ancor più chiaro se diamo uno sguardo al modello finanziario che sostiene l’open access. Si tratta, in apparenza, di uno schema estremamente semplice in cui il circuito autore-rivista-biblioteca-lettore diviene un percorso lineare che parte dall’autore, passa attraverso il sistema editoriale, ancora saldamente nelle mani degli editori commerciali, e arriva al lettore che non paga più per leggere. A subire il colpo di grazia, in prospettiva, sono le biblioteche che perdono la loro funzione storica mentre a dominare il mercato saranno sempre le grandi case editrici commerciali, dotate di considerevoli risorse finanziarie ed expertise tecnica.
E’ urgente a questo punto ridefinire il ruolo delle biblioteche, individuare un percorso coerente tra gli Open Archives, contenitori virtuali che non si preoccupano di fare peer-review e gli Open access journals, che la peer-review la praticano ma non hanno più bisogno di intermediari con i lettori. L’informazione di elettroni può fornire grandi opportunità ma c’è bisogno di nuove alleanze e nuove competenze. L’Università Italiana, nell’attuale fase di revisione degli Statuti in applicazione della Legge n.240/2010, ha l’occasione per mettere a punto il ruolo e la posizione istituzionale dei sistemi bibliotecari. Come auspicato nel blog 240inpratica, che contiene i seminari CRUI di accompagnamento all’applicazione della legge (si, anche la CRUI ha un blog!), si tratta di “ricondurre il sistema bibliotecario nell’ambito di strutture responsabili della gestione dell’informazione in senso più ampio, anche orientate alla ricerca e alla sua valutazione, alla disseminazione della produzione scientifica di ateneo, al supporto dell’attività editoriale dei ricercatori, alla formazione degli studenti, alla promozione delle collezioni museali e archivistiche.” La nascita degli Institutional Repository, dovuta in molti casi all’iniziativa dei settori informatici o dei Nuclei di Valutazione degli Atenei, non ha visto in passato un coinvolgimento attivo dei bibliotecari, se non meramente gestionale. D’altro canto la nuova dimensione digitale sta trasformando un altro trascurato attore della vita accademica, le University Press, in “repository of ideas”. La collaborazione tra biblioteche e editoria universitaria, con il coinvolgimento fattivo di dipartimenti e facoltà, potrebbe diventare feconda, migliorando i servizi all’utenza (attualmente nemmeno paragonabili a quelli degli editori accademici commerciali) ed accompagnando le pubblicazioni delle UP con un’analisi citazionale adeguata e l’indicizzazione all’interno di un sistema strutturato. Il “Campus-based Publishing Resource Center”, la risorsa della SPARC nata per sostenere la nascita e la tutela di partnership editoriali universitarie tra biblioteche, university press ed eventuali altri soggetti, è una buona guida per muoversi in questo labirinto.
La fase di transizione dai “subscription journal” agli “open access journal” può rapidamente volgere al termine e se qualche cosa di utile si potrà raggiungere nell’area dell’editoria scientifica dovrà necessariamente poggiare non solo su una rinnovata alleanza tra le istituzioni scientifiche – università, centri di ricerca, associazioni e società di studiosi – ma anche tra biblioteche, centri editoriali e librari e ricercatori. I servizi bibliotecari dovranno essere integrati sempre di più nell’ambiente e con gli strumenti di lavoro del ricercatore, non dovranno diventare “invisibili” e limitarsi a diffondere informazioni e servizi, ma assumere un ruolo attivo di formazione e controllo degli strumenti e dei metodi della scienza sul web, promuovere i contenuti, gestire i dati, fornire i metadati e garantire sulla qualità di questi ultimi. E’ una sfida nuova ma che va affrontata, con passione e competenza.

(di peppe liberti, Research blogging Italian editor and SWIM Science Writers in Italy)

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